La casa dell'orrore. Il delitto d'onore in Palestina
II servizio affronta il terribile problema della violenza in famiglia sulle ragazze palestinesi, spesso giovanissìme. Vengono violentate da padri o fratelli: se denunciano l'accaduto, vengono uccise.
Una trentina ogni anno. Due ragazze che hanno parlato "infangando il buon nome della famiglia" vivono in un rifugio, protette dalla polizia. Altre trovano accoglienza in una casa-rifugio creata per dare asilo alle ragazze che riescono a sottrarsi alla logica di una tradizione che si fonda su un principio tribale: "per ripulire il nome ci vuole il sangue". In Palestina se si uccide una donna la pena è minima: spesso meno di un anno . L'occupazione israeliana ha finito per frustrare il senso dell'orgoglio degli uomini palestinesi, che si "riscattano» usando violenza alle donne.
In Cambogia la guerra è fînìta da quasi trent'anni, i contadini tornano a curare la terra, ma molti di essi, decine ogni settimana, saltano su una mina anticarro, o anti uomo, nonostante la bonifica fatta nel corso degli anni. Saltano, e restano uccise, anche le mucche, vera ricchezza di questa popolazione che vive a ridosso del confine con la Tahilandia. Un ospedale di Emergency raccoglie, e cura, decine di traumatizzati, soprattutto alle gambe. Ma restano feriti anche molti bambini, che toccano gli ordigni toccati nei campi. In un lettino di ospedale c'è Souk, una bambina dai grandi occhi che si guarda attorno, e sembra non interessarsi di niente. Neanche dei disegni che Vauro traccia per lei sui fogli bianchi. Poi il vignettista si inventa dei pesci che rilasciano nell'acqua bollicine colorate. Solo allora Souk si rianima, prende un pastello e disegna anche lei, ma non sa sorridere.
Partendo dall'uccisione di un ragazzo di colore di 15 anni, Jessie James, avvenuto a Moss Side, sobborgo di Manchester, il servizio offre uno spaccato delle periferie delle città britanniche, in cui le autorità hanno ammassato immigrati e gente dì colore afro-caraìbica. I ragazzi si organizzano in bande, e imitano i gangsta-rap americani, spacciano droga e ingaggiano lotte feroci per il controllo del territorio. Sono restii a parlare davanti al microfono: diffidano della polizia e di qualsiasi autorità.
In questo contesto alcuni componenti di organizzazioni umanitarie cercano di trascinare i ragazzi fuori da questo tunnel di violenza.
Una delle poche giornaliste che ancora vanno in Iraq (vestita alla araba sì è finta sordomuta per
non essere riconosciuta come straniera) racconta il magma, politico e militare, che ha gettato quel paese nell'ingovernabilìtà. È una guerra senza fronti né sbocchi politici credibili: americani contro sunniti, sunniti contro sciiti, tutti e due contro gli americani. I maggiori leader politici hanno un proprio esercito armato: se ne contano undici principali. II racconto si dipana attraverso una serie di violenze interetniche, vendette tribali, uccisioni in massa. Chi va all'ospedale a reclamare il corpo di un parente ucciso può essere eliminato a sua volta, come è accaduto alla famiglia di Adnam Hamid: 17 familiari assassinati sulla porta dell'ospedale. Su tutti spicca la figura ambigua di AI Sadr, xenofobo, nazionalista, assetato di potere, con due milioni e mezzo di seguaci. Dopo quello americano è il suo l'esercito più potente.
È la storia di un ragazzo palestinese di dodici anni, ucciso dagli ìsraeliani perché in possesso di un fucile giocattolo. Una storia controcorrente, consumatasi nel campo profughi di Janin, al centro di una vicenda mediatica divenuta un simbolo della seconda intifada. Per i palestinesi Janin è la città martire, per gli israeliani è la città dei terroristi. La storia di Ahmed e dei suoi famigliari testimonia un gesto capace di andare oltre gli stereotipi del conflitto: il dono degli organi del bambino ucciso a cinque ragazzi e un adulto israeliano. Anche I'imam del campo profughi consiglia la madre di ' Ahmed: dona quegli organi perché altri abbiano la vita. Un gesto controcorrente, all'interno di un conflitto che are senza sbocchi e senza fine.
Reportage da un paese dimenticato, da una steppa spazzata dal vento grande cinque volte l'Italia in cuì vivono due milioni e mezzo di esseri umani. La fine del comunismo ha portato l'economia di mercato: la ricchezza per pochi, la miseria per tutti gli altri, che cercano rifugio nell'alcoffismo. La notte la polizia fa continue retate. Gli alcolizzati vengono buttati in prigione, e così pure i ragazzi di strada della capitale, Ulan Baatar. I ragazzi di strada la notte si rifugiano nelle fogne dove passano 'i tubi del riscaldamento, per sopravvivere e sfuggire i quaranta gradi sotto zero della notte mongola. Quasi tutti soffrono di tubercolosi. Sono tremila e più e di loro si occupano solo le suore francesi della Fraternità di Notre Dame. Avranno un futuro? Solo se le immense ricchezze minerarie del paese non verranno acquisite dai paesi industrializzati.
Un aspetto mai raccontato della vita in Afghanistan: il lavoro minorile. In un paese in cui quindici bambini su cento muoìono prima dei cinque annì, a scuola sì va sei ore al gìorno. Le altre i bambini le passano in piedi, davanti ad un telaio, a tessere tappeti. Piccole, sagge mani che si muovono con consumata esperienza, annodano, intrecciano fili. Per otto dollari al mese.
Immagini toccanti e "vere" delle baraccopoli che circondano Nairobi, delle sue miserie, e soprattutto dei bambini di strada che corrono, ballano, cantano, si drogano, raccolgono rifiuti, stanno nella polvere delle strade. II pregio della fotografia è che nessuno è "in posa", e coglie quindi la realtà in tutto ìl suo terribile dramma.
Premio D'Angelo - Quotidiani e periodici non italiani
Children of war: the generation traumatised by violence in Iraq
I bambini della guerra: la generazione traumatizzata dalla violenza in Iraq: II giornalista e il suo autista girano per Baghdad. Ad un improvvisato check-point sono fermati da un gruppo di giovani guerriglieri che chiedono al conducente "Sei sunnita o sciita?". L'uomo, terrorizzato, teme di dare la risposta sbagliata e tace. Gli mettono un coltello alla gola e lo minaccìano di morte. Dalla casa vicina una voce di donna annuncia che "la cena è pronta". Spariscono coltello e finti kalashnikov, e i ragazzi del check-point vanno a cena. Un gioco, tragico, dì ragazzi, dai 6 ai 12 anni, che tre settimane prima hanno visto il preside della loro scuola trascinato fuori dalla sua auto e assassinato sulla strada. "La mia paura - confessa la madre - è che un giorno useranno armi vere". In Iraq genitori, insegnanti e medici esprimono preoccupazione per quello che accade e potrà accadere ai bambini. Quasi tutti hanno visto scene di violenza e di orrore e manifestano disagi: fanno la pipì a letto, hanno attacchi di panico e sono violenti con i loro compagni. Glì esperti sanitari dicono che in Iraq le ferite fisiche sono visibili, quelle mentali non sono censite. Temono che i bambini abbiano forti disturbi psichici e in futuro diventino violenti, facciano le cose che hanno visto fare ai grandi di oggi. Ci vorrebbe un vasto programma di recupero e cure ma i fondi non ci sono: anche Save the Children se ne sta andando dall'Iraq.
Filtu - aiuti alla fine del mondo: Non sono solo le guerre a far soffrire le popolazioni. L'autore l'ha constatato nella regione del Somali, in Etiopia, dove gli abitanti non possono aspettarsi niente da nessuno: né dal governo, né dai connazionali, né dagli aiuti internazionali. Se ci fosse una classifica mondiale dei posti più sfortunati Filtu sarebbe al primo posto: I problemi sono antichi e non risolti: siccità, carestia, assenza di cure mediche. L'unica organizzazione sanitaria costringe gli operatori a fare centinaia di chilometri per raggiungere gli ambulatori periferici, e prestare le cure più urgenti. I loro pazienti sono per lo più donne e bambini, e qui la vita di un cammello vale molto di più di quella di un bambino. A Filtu, luogo abbandonato, i bianchi sono rari come le gocce di pioggia. Le guerre sono terribili, ma attirano l'attenzione dell'opinione pubblica, possono arrivare aiutì e soldati dell'ONU. In luoghi come Filtu la dimenticanza, e la lontananza, finiscono per essere più violente di un conflitto armato.
Un momento dello spettacolo teatrale che ogni anno i bambini congolesi strappati alla strada e alle punizioni riservate alla credenza che siano stregoni mettono in scena per i loro genitori.
Il maggiore Megan McLung, 43 anni sta fotografando il figlio di una delle famiglie più importanti a Ramadi, nuova alleata dell'esercito americano. La nuova strategia delle truppe americane è creare un'alleanza con i gruppi sunniti locali nella battaglia contro Al Quaeda.
Un'ora dopo lo scatto di questa fotografia, Megan McLung è stata uccisa da uno IED (Improvised Explosive Device - congegno esplosivo improvvisato) durante un agguato nel territorio della nuova famiglia alleata