La casa dell'orrore. Il delitto d'onore in Palestina
II servizio affronta il terribile problema della violenza in famiglia sulle ragazze palestinesi, spesso giovanissìme. Vengono violentate da padri o fratelli: se denunciano l'accaduto, vengono uccise.
Una trentina ogni anno. Due ragazze che hanno parlato "infangando il buon nome della famiglia" vivono in un rifugio, protette dalla polizia. Altre trovano accoglienza in una casa-rifugio creata per dare asilo alle ragazze che riescono a sottrarsi alla logica di una tradizione che si fonda su un principio tribale: "per ripulire il nome ci vuole il sangue". In Palestina se si uccide una donna la pena è minima: spesso meno di un anno . L'occupazione israeliana ha finito per frustrare il senso dell'orgoglio degli uomini palestinesi, che si "riscattano» usando violenza alle donne.
Una delle poche giornaliste che ancora vanno in Iraq (vestita alla araba sì è finta sordomuta per
non essere riconosciuta come straniera) racconta il magma, politico e militare, che ha gettato quel paese nell'ingovernabilìtà. È una guerra senza fronti né sbocchi politici credibili: americani contro sunniti, sunniti contro sciiti, tutti e due contro gli americani. I maggiori leader politici hanno un proprio esercito armato: se ne contano undici principali. II racconto si dipana attraverso una serie di violenze interetniche, vendette tribali, uccisioni in massa. Chi va all'ospedale a reclamare il corpo di un parente ucciso può essere eliminato a sua volta, come è accaduto alla famiglia di Adnam Hamid: 17 familiari assassinati sulla porta dell'ospedale. Su tutti spicca la figura ambigua di AI Sadr, xenofobo, nazionalista, assetato di potere, con due milioni e mezzo di seguaci. Dopo quello americano è il suo l'esercito più potente.
Un aspetto mai raccontato della vita in Afghanistan: il lavoro minorile. In un paese in cui quindici bambini su cento muoìono prima dei cinque annì, a scuola sì va sei ore al gìorno. Le altre i bambini le passano in piedi, davanti ad un telaio, a tessere tappeti. Piccole, sagge mani che si muovono con consumata esperienza, annodano, intrecciano fili. Per otto dollari al mese.
Immagini toccanti e "vere" delle baraccopoli che circondano Nairobi, delle sue miserie, e soprattutto dei bambini di strada che corrono, ballano, cantano, si drogano, raccolgono rifiuti, stanno nella polvere delle strade. II pregio della fotografia è che nessuno è "in posa", e coglie quindi la realtà in tutto ìl suo terribile dramma.
Premio D'Angelo - Quotidiani e periodici non italiani
Children of war: the generation traumatised by violence in Iraq
I bambini della guerra: la generazione traumatizzata dalla violenza in Iraq: II giornalista e il suo autista girano per Baghdad. Ad un improvvisato check-point sono fermati da un gruppo di giovani guerriglieri che chiedono al conducente "Sei sunnita o sciita?". L'uomo, terrorizzato, teme di dare la risposta sbagliata e tace. Gli mettono un coltello alla gola e lo minaccìano di morte. Dalla casa vicina una voce di donna annuncia che "la cena è pronta". Spariscono coltello e finti kalashnikov, e i ragazzi del check-point vanno a cena. Un gioco, tragico, dì ragazzi, dai 6 ai 12 anni, che tre settimane prima hanno visto il preside della loro scuola trascinato fuori dalla sua auto e assassinato sulla strada. "La mia paura - confessa la madre - è che un giorno useranno armi vere". In Iraq genitori, insegnanti e medici esprimono preoccupazione per quello che accade e potrà accadere ai bambini. Quasi tutti hanno visto scene di violenza e di orrore e manifestano disagi: fanno la pipì a letto, hanno attacchi di panico e sono violenti con i loro compagni. Glì esperti sanitari dicono che in Iraq le ferite fisiche sono visibili, quelle mentali non sono censite. Temono che i bambini abbiano forti disturbi psichici e in futuro diventino violenti, facciano le cose che hanno visto fare ai grandi di oggi. Ci vorrebbe un vasto programma di recupero e cure ma i fondi non ci sono: anche Save the Children se ne sta andando dall'Iraq.