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La Zeiss Ikon di Saša di Mauro Manzin

Saša Ota

"Cresce il cespuglio di rovi/tra solitudini bianche,/come gocce di sangue/le bacche crescono sulle bianche pietre/del Carso./Sarà lì la tua dimora".
I versi del poeta sloveno Srecko Kosovel sono il degno epitaffio per ricordare lo spirito di Alessandro Ota e per indicare quello che è stato il percorso socio-culturale che ha animato la sua gioventù fino alla tragedia di Mostar.

Un percorso di vita che inizia dagli strapiombi della Val Rosandra, sul cui ciglione Saša aveva voluto testardamente costruire la sua casa, e che si interrompe, improvvisamente, in Erzegovina a pochi metri di distanza dai bastioni calcarei scavati dal fiume Neretva. Due profondità naturali che assumono però chiare valenze culturali. Come la Val Rosandra segna il confine materiale tra Italia e Slovenia così ora la Neretva divide la Mostar croata da quella musulmana.
Saša
Saša non accettava tali "fratture" e la volontà di abitare sull'orlo di uno di siffatti abissi forse era la sfida inconscia di chi non teme il vuoto vacuo delle differenze, lui sloveno nella italiana Trieste.Già, perché Saša questo suo "essere minoranza" lo viveva come una ricchezza di cui fare partecipi anche gli altri, gli amici, i colleghi, quelli della "maggioranza".
La malvagità della sorte ha voluto che morisse in una guerra che della sopraffazione delle minoranze ha fatto un'atroce regola. Saša, invece, della minoranza interpretava la volontà costruttiva, di convivenza e rispetto e viveva questa sua appartenenza come un dato naturale. Per lui era un dono.
Alessandro (Saša) Ota nasce a Trieste il 14 luglio del 1957. Per papà Sergio e per la mamma Ada Turk è il primogenito. Due anni più tardi arriverà anche il fratellino Paolo.
La famiglia abita in Via Ovidio e i genitori sono gestori di un piccolo bar. Saša muove i suoi primi passi nell'asilo di Gretta, mentre il padre e la madre costruiscono la casa nuova in via Flavia, dove abitano ancora oggi, sul terreno che era stato dei nonni materni. Nel 1963 la famiglia, che nel frattempo è cresciuta con la nascita del secondogenito Paolo, si trasferisce nella nuova abitazione.
Per Saša iniziano gli anni della scuola. Le elementari le frequenta a Sant'Anna, alla "Gregoric Stepancic", mentre le scuole medie lo portano nel rione di San Giacomo all'istituto "Ivan Cankar". Finita la scuola dell'obbligo Saša sceglie il liceo scientifico "Preseren" che frequenta con buon profitto. "Quando ho saputo della tragedia - racconta un suo vecchio insegnante, il professor Egidio Kosuta - sono andato a scartabellare nei vecchi registri. Il peggior voto in storia ricevuto da Saša era 8 e mezzo".
Contemporaneamente si sveglia in lui una grossa passione musicale. Un dono che condivide col fratello attualmente professore di viola e componente l'orchestra del Teatro "Verdi". Alla "Glasbena matica" Saša frequenta i corsi di fisarmonica col maestro Sveto Grgic e con la maestra Eliana Zajec. Entra a far parte di un'orchestrina con cui gira l'Italia e l'Europa, partecipando a numerosi concorsi musicali. Più tardi suonerà pure il contrabbasso con il maestro Mario Bonazzi e verso i 17 anni metterà su anche un complessino con altri tre amici: gli "Explorer 74". A lui sono affidate le tastiere.
Assieme a una grande passione per Bach, Chaikovskj e Mabler, ama, e come poteva essere altrimenti, i tanghi di Àstor Piazzolla, senza però disdegnare il jazz e la musica pop.
Saša con il piccolo Milan
Saša con il piccolo Milan (novembre 1992)
Nel suo repertorio non mancano mai le melodie dei Pink Floyd, degli Emerson Lake and Palmer, dei Genesis e della Premiata Forneria Marconi.

Saša si diploma nel 1976 e va a fare subito il servizio militare che presta all'allora primo battaglione fanteria motorizzato "San Giusto" di Trieste. Finita la leva inizia a lavorare al settimanale economico sloveno "Gospodarstvo". Poi viene assunto come impiegato in una ditta di esportazione di macchinari per la lavorazione del legno. Durante quest'occupazione Saša "scopre" la Jugoslavia. Egli, infatti, accompagna quasi sempre i tecnici della ditta nelle loro trasferte in Croazia, in Serbia e in Bosnia, dove vengono installati i macchinari. Saša si appassiona al suo lavoro tanto da iscriversi nel 1978 alla facoltà di ingegneria dell'Università di Lubiana nel ramo di specializzazione di biotecnica del legno. Porta a termine con successo il primo anno di corso, esami compresi.
Poi arriva per lui la svolta professionale. Il padre legge sul "Primorski Dnevnik" un bando di concorso per operatori-giornalisti alla sede Rai di Trieste. Saša fa la domanda e partecipa al concorso. Poi, per qualche tempo, non riceve alcuna risposta. Quasi un anno dopo, nel 1979, con la nascita della Rai regionale del Friuli-Venezia Giulia gli si spalancano le porte della sede di via Fabio Severo. La Rai diventa tutta la sua vita. Per lui si è avverato un sogno. La passione per le immagini, le riprese, la fotografia che aveva coltivato fin da piccolo si è ora trasformata nel suo lavoro.
Lo sfrenato amore per la fotografia nasce attorno alla Zeiss Ikon, modello Nettar 515, del padre. Quando era piccolino non gliela prestava e così Saša deve attendere di avere 11 anni quando la zia Darka Sinigoj-Stefanovic, dall'Argentina, gli regala una macchina fotografica Agfa Rapid, uno dei primi modelli che non utilizzavano la pellicola tradizionale, ma le nuove "cartucce" preconfezionate. A sviluppare, invece, impara durante le ore di applicazioni tecniche alle scuole medie. Da allora la fotografia gli entra nel sangue. Più tardi papà Sergio si arrende e gli "presta" la Ikon. A 16 anni conosce anche la cinepresa dal fotografo presso il quale lavora come aiutante per riuscire a crearsi una certa indipendenza economica.
Un giorno nel bar del padre entra un cliente, un funzionario delle Generali, che manifesta l'intenzione di vendere la sua macchina fotografica, una prestigiosa Hasselblad. Il padre ne parla con Saša che però non ha la somma sufficiente all'acquisto. Papà Sergio però non ci pensa su due volte. Saša è stato promosso e presto sarebbe stato il suo compleanno. Detto e fatto: la Hasselblad gliela regala lui al figlio, fotografo in erba.
Appena entrato in Rai Saša, che non riusciva a stare fermo un minuto, tiene un corso di fotografia a un gruppo di amici e poi, assieme a loro fonda il "Fotoclub '80". Contemporaneamente mette la sua arte cinematografica al servizio del suo "essere sloveno". Le tradizioni popolari diventano uno dei suoi soggetti preferiti. La sua è una preziosissima opera di antropologia visiva. Esordisce documentando il rituale della "Majenca", la festa popolare di San Dorligo della Valle, "profanando" con la cinepresa gli aspetti più segreti ed iniziatici dell'evento, come il "furto" perpetrato dai giovani del paese di un ciliegio al canto gioioso di "levkup uboga gmajna", ossia "ribellati, terra calpestata", l'inno della rivolta contadina slovena del Cinquecento.
Quando si trasferisce, a Sant'Antonio in Bosco, nella sua amata casa rurale, annoda le sue radici con il destino e la vita del paesino dove vive e diventa vice presidente dell'Associazione culturale locale "Slovenee".
Col tempo anche le soddisfazioni professionali non si fanno attendere. Partecipa alla realizzazione del film per la tv "Il seduttore filantropo", tratto da un racconto di Svevo, prodotto dalla Rai regionale con la regia di Gianni Lepre. Ma forse la più bella esperienza nel campo cinematografico Saša la vive lavorando al primo film realizzato in "alta definizione" in Italia e. girato quasi interamente a Trieste: si tratta di "Giulia e Giulia" con la regia di Peter Del Monte e con protagonisti il cantante inglese Sting e l'attrice statunitense Katlleen Turner.

Saša incontra Milenka Rustia, che poi diventerà sua moglie, durante un matrimonio a Trieste nell'ottobre del 1987. A dire il vero egli era già stato a casa di Milenka qualche tempo prima a Gorizia. Si era ritrovato con alcuni amici comuni al fratello della sua futura sposa, ma allora lei non era in casa. Nata a Postumia 37 anni fa, Milenka rivede Saša durante la ricorrenza di Santo Stefano, il 26 dicembre dello stesso anno. Passano alcuni mesi e i due si ritrovano alla festa del primo maggio del 1988, a San Floriano del Collio. Da quel giorno in avanti gli incontri diventano sempre più frequenti.
"Non è stato un colpo di fulmine - conferma Milenka, attualmente farmacista a Chiopris Viscone in provincia di Udine - ma è nato e cresciuto tra di noi un grande amore".
I due si sposano il 24 febbario del 1990 a Sant'Antonio in Bosco. La casa a Moccò Saša l'aveva acquistata prima di conoscere Milenka e aveva già iniziato a lavorare per restaurarla. Aveva scelto quel posto perché sua padre è nato a San Dorligo e sentiva che là erano le sue radici. Saša non era un cittadino e i suoi valori erano la casa, la famiglia e ... Moccò.
Nel restaurare quella che era una bicocca diroccata, Saša cerca in ogni modo di far risaltare quelle che sono le peculiarità architettoniche tipiche della casa istriana, tanto da costruire al suo interno un forno a legna. Una decisione che condivide completamente con Milenka che lo aiuta in questo faticoso lavoro. Nei momenti liberi passeggia lungo la Val Rosandra e ne studia con passione la fauna e la flora.
Mondiali di calcio del 1990
Mondiali di calcio (giugno 1990)
Saša con il piccolo Milan
Saša con il piccolo Milan (7/1/1991)
ll 16 ottobre del 1990 nasce il figlioletto Milan. Saša ama alla follia i bambini e del suo è praticamente entusiasta. Ogni minuto lo dedica al suo piccolino. Milan gli sta sempre tra i piedi, anche quando Saša lavora in casa nella sua opera di restauro. Ma a lui non dà fastidio e il suo viso s'illumina ogni volta che sente il figlio che lo chiama: "Tata-ocka" (che in italiano suona pressapoco come "papi-papà").
In famiglia vige una regola non scritta molto chiara: i problemi di lavoro restano fuori dalla porta. Quando torna a casa anche dai suoi viaggi nella ex Jugoslavia, Saša non racconta quasi nulla a Milenka. Entrambi non infrangono questo tacito e reciproco accordo. "Ultimamente però - precisa la moglie - quando tornava da Belgrado o da Sarajevo Saša era più nervoso e più cupo del solito. Io non gli chiedevo niente. Se ne avesse sentito la necessità sarebbe stato lui ad affrontare il discorso".
La normale routine di lavoro alla sede regionale della Rai dura molto poco per Saša. Anche perché lui non è uomo di routine. Dall'89 in poi la situazione nella vicina Jugoslavia inizia a precipitare. Prima sul piano politico e poi su quello militare. Egli, oltre allo sloveno, conosce molto bene il serbo-croato e la gente dell'ex jugoslavia non ha segreti per lui. Saša, dunque, è il giornalista ideale per raccontare con le immagini quello che sta succedendo oltre confine. La sua competénza linguistica gli permette, nelle sue numerosissime missioni nell'ex Jugoslavia, di "infrangere" il più resistente dei diaframmi che l'inviato incontra sul proprio cammino, quello della comunicazione. Saša si muove con disinvoltura ai posti di blocco serbi, croati o bosniaci che deve superare, proprio perché l'animo e la lingua di quella gente gli è, in un certo senso, più familiare, più facile da "decodificare". Saša sa leggere in quegli occhi intrisi di odio e di dolore.
Tra i monti e i boschi della Bosnia, tra la disperazione dei profughi e la desolazione della guerra emerge in modo inequivocabile la sua professionalità.
La videocamera è per lui quasi un prolungamento della sua persona.Saša si trasforma di fronte a quella tragedia in uno scrittore che usa la cinepresa al posto della penna. Spirito di osservazione e grande sensibilità fanno di lui un "occhio" indagatore tra i più attenti.
Saša ama il suo lavoro al punto tale che, quando all'inizio della guerra in Jugoslavia gli viene proposto di passare alla redazione giornalistica del Tg sloveno, rifiuta senza esitare. Il suo posto non è dietro alla scrivania a battere i tasti di un computer. Lui i testi li scrive premendo il bottone della sua telecamera.
I primi viaggi oltreconfine non sono eccessivamente pericolosi. E' il 1990 quando in Bosnia-Erzegovina si svolgono le prime elezioni democratiche del dopoguerra. Nessuno immagina quello che doveva ancora succedere. Saša è a Sarajevo. La capitale bosniaca è ancora quella "Jugoslavia in miniatura" voluta da Tito. Serbi, musulmani e croati vivono assieme, si sposano, si frequentano, sono amici. La parola "etnia" è un vocabolo sconosciuto per quella gente. Saša ama questa realtà che, seppur in un altro contesto socio-politicò, viveva ogni giorno a Trieste, lui sloveno tra la maggioranza italiana.
Poi i tempi diventano più difficili. La tensione aumenta. Nel 1992 Saša è di nuovo nell'ex Jugoslavia, stavolta a Belgrado. La capitale è in fermento perché è l'anniversario delle dimostrazioni contro il potere di Milosevic organizzate dàgli studenti e che un anno prima avevano fatto tremare il "vojvoda" serbo. La guerra è già una cruda realtà. La troupe passa attraverso le cittadine croate distrutte, da Kutine verso Virovitice.
Saša con il piccolo Milan
Saša con il piccolo Milan (25/7/1991)
Dalla Slavonia si sentono rimbombare i colpi di cannone e dal fronte tornano i camion militari carichi di cadaveri, col sangue che cola dalle fiancate degli automezzi.
Giunti a Belgrado gli uomini della Rai (Rudolf, Natural e Ota) iniziano a documentare le manifestazioni di protesta. Saša è in gran forma. Si getta nella mischia e raggiunge il palco degli oratori. A suon di gomitate si piazza a fianco del leader dell'opposizione Vuk Draskovic e di lui riprende anche il minimo dettaglio del viso, degli occhi, della bocca
spalancata per gridare contro Milosevic. Inquadrature primi piani, e poi panoramiche sulla folla inferocita e la polizia che nervosamente controlla i dimostranti che anche senza sonoro sono già un documento eccezionale, che fa capire l'atmosfera di Belgrado in quelle ore cariche di tensione.
Dieci giorni più tardi i tre colleghi sono di nuovo in viaggio. Questa volta devono preparare un servizio sulle capitali delle repubbliche che si sono. scisse dalla Jugoslavia. Si parte e si comincia con Lubiana, dove la guerra è già solo un ricordo. Si va poi a Zagabria, a Belgrado ed ecco di nuovo Sarajevo. La via verso la capitale bosniaca non è più agevole come qualche tempo prima. Un posto di blocco ferma la troupe sulla Dina. Saša scende dall'auto e parla con i miliziani, mentre un ufficiale controlla i documenti. Sembra quasi un mago quell'introverso operatore sloveno. Dopo poche battute il muro con i miliziani serbi è già caduto e i soldati scherzano con gli uomini della Rai, "Vedrete - dicono -quanti gol prenderà la Sampdoria dalla Crvena Zvezda (in quel periodo la squadra genovese e quella di Belgrado erno avversarie in Coppa dei Campioni ndr.)".
E' aprile nei Balcani. All'albergo dove alloggiano i tre inviati sono raggiunti dall'interprete. E' Regina Galic (oggi è la proprietaria dell'hotel "Annamaria" di Medjugorje dove hanno alloggiato Saša, Marco Luchetta e Dario D'Angelo nel loro ultimo viaggio in quelle terre). La conoscono bene. Già in precedenza avevano lavorato assieme a Sarajevo. Stavolta però c'è una novità che inquieta Saša. Regina parlando con i tre dice una frase che solo un anno prima non avrebbe mai pronunciato. "Sapete - precisa la donna - io sono croata". Il sorriso di Saša si spegne. Non parla più per tutta la sera. Poi, quando Regina si allontana, i compagni gli chiedono il motivo del suo silenzio. Saša è cupo. Poi guarda i due amici negli occhi. "E' questo il dramma di Sarajevo - dice - il cancro del nazionalismo ne sta intaccando il tessuto connettivo. Temo proprio che sarà la fine".

Saša
Ma il giorno dopo Saša è di nuovo in prima fila. Con la sua fida telecamera incontra per strada un imam. Lo saluta, si parlano. Solo poche battute e ancora una volta la magia si compie. Il sacerdote musulmano apre le porte a Saša e alla sua telecamera dell'Istituto di studi teologici islamici, dove sono contenuti testi religiosi antichissimi e rarissimi. Saša può filmare tutto. E' un miracolo. E' come se l'imam gli avesse scoperto il volto di una donna musulmana e gli avesse permesso di farle un primo piano.
Improvvisamente la situazione a Sarajevo precipita. La guerra scoppia anche in Bosnia. La troupe della Rai viene richiamata a Trieste. Ma uscire dalla capitale non è un'impresa facile. Quasi a ogni chilometro c'è un posto di blocco, di cui bisogna indovinare la nazionalità. Saša ancora una volta è insostituibile. Con calma e con i suoi modi affabili riesce a superare ogni filo spinato, ogni barriera, ogni canna di kalashnikov puntata contro l'autovettura della Rai. Alla fine non riesce ad evitare che dei serbi scalmanati sfondino a colpi di calcio di fucile i vetri dell'auto. Ma nessuno rimane ferito. Oramai sono vicini alla Croazia e la strada verso casa è più sicura.
A questo punto Saša tira fuori dalla tasca un giocattolino di legno. Lo mostra ai colleghi. "L'ho preso a Sarajevo per Milan - spiega con fierezza - sono sicuro che gli piacerà".
Ma non è finita. La Jugoslavia va in pezzi. La Comunità internazionale inizia a mediare. E' il maggio del 1993 quando a Pale, la capitale dell'autoproclamata repubblica dei serbi di Bosnia, si riunisce il parlamento per decidere se accettare o meno uno dei tanti piani di pace proposti al tavolo di mediazione a Ginevra. La situazione è tesa. Da Belgrado giunge anche Milosevic. Saša è di nuovo a Pale. I lavori dell'assemblea sono interminabili, carichi di tensione. Col passare delle ore giornalisti e operatori gettano la spugna e tornano in albergo. Saša non si muove. Sta lì, fermo davanti alla porta dietro alla quale si discute del futuro dei Balcani. Fuma, lui che detesta il fumo, con le sentinelle e con i gorilla serbi. Discute con loro, scherza.
La sua tenacia però è ripagata. Alle 4 del mattino quando la riunione finisce e Milosevic esce assieme al comandante militare dei serbi di Bosnia Ratko Mladic, Saša scatta in piedi e mette in azione la telecamera. E' l'unico operatore a riprendere la scena, a "sparare" un primo piano sul volto teso e stanco del "vojvoda" di Belgrado e del suo scagnozzo in divisa. La telecamera riprende la dichiarazione con cui Milosevic annuncia uno storico "no" serbo alla proposta di pace della Comunità internazionale.
Infine ecco Mostar. Una città che Saša ama perché incarna, con quel ponte barbaramente distrutto a colpi di mortaio, la rappresentazione più amara di come l'odio abbia distrutto ogni speranza di superare il presente e approdare alla sponda del futuro, dove la guerra sia bandita per sempre. "Tutto bisogna vincere e superare - scriveva il poeta bosniaco Ivo Andric- il disordine, la morte, oppure il nonsenso. Perché tutto è passaggio, ponte...Ma tutta la nostra speranza è dall'altra parte".

E dall'altra parte, a Mostar est, vivono intrappolati bambini innocenti. Saša, innamorato del suo Milan, non sopporta che simili atrocità possano essere tollerate. Lui qualche cosa per quegli innocenti può farla: documentare e mostrare al mondo la loro condizione, denunciare con la telecamera lo sterminio che avviene alle porte di casa nostra. Non si tira indietro e parte per quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio.
Saša è coerente con se stesso fino all'ultimo istante di vita. Quegli occhi tristi di Zlatko, il bambino di Mostar che vuole riprendere, gli ricordano quelli altrettanto azzuri del suo piccolo Milan. Il ronzio della telecamera che riprende quel visino triste ed emaciato copre il sinistro sibilo del razzo. La deflagrazione, la morte. Pochi istanti ed è la fine. Il silenzio è rotto dalle urla di Zlatko. Ma in quel momento le lacrime del bimbo bosniaco sono anche le lacrime di Milan, sono le lacrime di tutti i bambini vittime di quella guerra. Durano pochi minuti. Poi, il silenzio degli innocenti cala su Mostar.

Tratto da "L' Ultimo Reportage", supplemento a "Il Piccolo", edito da O.T.E. Organizzazione Tipografica Editoriale S.p.a.