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Gli incubi di Dario di Guido Vitale
Dario D'Angelo

Nataly ha un quaderno nuovo. Le prime facciate sono già riempite, con quei. segni nervosi e un po' febbrili di chi si esprime sotto la cappa di un incubo, senza potersi liberare nelle notti insonni da troppe emozioni e da troppe ferite.
Sono passati solo pochi giorni da quando hanno bussato alla porta della casetta di Prosecco per dirle che Dario D'Angelo, suo papà, era morto poco prima a Mostar, assieme agli altri due colleghi della Rai che erano con lui nell'ultimo viaggio. Il grande campanile della chiesa, nel cuore di un dedalo di stradine pietrificate, non ha battuto ancora abbastanza ore perché qualche lacrima sia asciugata dal tempo. Ma se il dolore non molla la presa, la compostezza della gente del Carso, quella durezza ricalcata sulle rocce disseccate dal vento, non si lascia spezzare.
Nataly se ne sta seduta immobile, il suo quaderno al fianco, e racconta.
Dario D'Angelo era nato in una semplice abitazione di Barcola il 6 luglio del 1947. Con lui, nei primi anni di vita, la madre, il padre e le quattro sorelle del padre, quattro zie cui rimarrà affezionato per tutta la vita. La disoccupazione, i problemi economici e le incertezze nel Territorio libero di Trieste spingono il gruppo a dividersi dopo appena due anni. Tre zie, come molti giuliani in difficoltà, vanno a cercare un futuro migliore in Australia. Dario, con i genitori e i nonni, si trasferisce nella stessa casetta di Prosecco dove è rimasto per tutta la vita.
Gli anni della scuola, nella sezione italiana delle elementari e delle medie di Prosecco, a pochi metri, da casa sua, filano via senza problemi.
Dario cresce in un ambiente protetto e familiare e si circonda di amicizie. Nella compagnia giovanile di Prosecco nascono legami destinati a durare e si affaccia anche, nei primi anni '60, un'innocente passione per la musica, che porterà D'Angelo a diventare popolare come batterista nelle feste senza pretese della gioventù di quei periodo.
"Anche se era rimasto sempre attaccato al borgo delle sue origini - racconta oggi la figlia - a me raccomandava tanto di cercare degli orizzonti più vasti, di non chiudermi completamente in questo piccolo mondo di casa nostra".
Al termine della scuola dell'obbligo Dario sceglie di abbandonare gli studi e preferisce andare a fare l'apprendista da un elettricista a Trieste. L'apprendistato e il lavoro sono destinati ad essere interrotti solo dal servizio militare a Bologna. Sotto le armi, come nelle sue prime esperienze di lavoro, si dimostra capace e affidabile. In caserma diviène conduttore di automezzi e autista delle vetture di alcuni alti gradi militari.
Ma il ritorno a Prosecco dopo il congedo è destinato a portare grandi cambiamenti. La leva ha lasciato il segno e la lunga uscita da casa è servita a maturare delle esigenze nuove. La conoscenza di Gianna, una coetanea che sarebbe divenuta sua moglie, incontrata al dancing Paradiso di via Flavia durante una breve licenza poco prima del congedo, lo spinge a crescere e a non accontentarsi di una relazione superficiale.
Farsi una famiglia, trovare un lavoro sicuro, migliorare la propria posizione con lo studio e la forza di volontà. Tre scommesse dure che Dario D'Angelo decide di affrontare tutte contemporaneamente. La vittoria, che arriverà puntuale grazie alla sua tenacia straordinaria, lo costringerà comunque a pagare un prezzo alto.
Una delle ultime immagini di Dario
Una delle ultime immagini di Dario
In prima fila all'altoforno della Ferriera di Servola, con una piccola Nataly da crescere dopo il matrimonio tradizionale nella chiesetta di Prosècco del settembre 1971, sui banchi con gli occhi aperti a fatica durante i cinque anni delle scuole serali al Volta per conseguire il diploma di perito in telecomunicazioni. Niente di straordinario, ma qualcosa di eroico. La storia dei sacrifici di tante gente, del lavoro duro e di un titolo di studio conquistato infine a forza di stringere i denti.
"Dario - ricorda oggi Roberto Natural, suo collega alla Rai e suo amico per la vita - era il più bravo di tutti. E' riuscito ad ottenere quel diploma con tenacia, senza perdere tempo, mentre io non ce l'ho fatta".
"Non si risparmiava, si sacrificava al massimo - racconta Nataly - e a casa quando ero piccola non lo vedevo mai. Tornava distrutto solo per qualche ora dopo la scuola, poi di nuovo in Ferriera".
"Ha avuto - aggiunge la vedova Gianna D'Angelo - solo un momento di esitazione. Durante il quarto anno di scuola la nostra bimba si è ammalata ed è stata a lungo ricoverata in ospedale. Il suo cuore non ce la faceva più e una volta è stato ricoverato per un malore".
Ma Dario riesce a fronteggiare in piedi tutte le difficoltà e a finire gli studi. Nel 1980 viene il momento di raccogliere i frutti di tutto il suo impegno. Durante il tradizionale, breve incontro fra amici in un bar di borgo San Nazario si parla di un concorso per entrare alla sede Rai di Trieste. Dario, che si è impegnato fino ad allora nel lavoro in Ferriera senza risparmiarsi decide di tentare il grande salto per ottenere un posto di assistente di ripresa televisiva.
Ancora una volta la tenacia gli assicura soddisfazioni. D'Angelo entra nella sede regionale della Rai e gli si schiudono nuove possibilità. ll lavoro è meno pesante da un punto di vista fisico e più vario, più interessante. Inizia una lunga stagione (12 anni) di rapporti intensi con i colleghi e con i giornalisti, centinaia di avvenimenti osservati dal vivo, come un testimone privilegiato. Un lavoro sempre diverso, giorno dopo giorno senza annoiarsi mai. L'entusiasmo e la tenacia che non lo avevano mai abbandonato continuano ad accompagnarlo nel suo itinerario professionale.
"Tornava a casa la sera - racconta Nataly - stanco ma felice. Aveva una gran voglia di raccontare quello che aveva visto durante la giornata, le sue impressioni, il contatto con le persone importanti. La storiella preferita la ripeteva per prendere in giro sé stesso. Il primo giorno di lavoro alla Rai era molto emozionato. Mentre tutti gli tenevano gli occhi addosso lui si accovaccia per terra e improvvisamente i pantaloni gli si strappano sul sedere. Talvolta cercava di farmi ridere descrivendomi qualche fatto un po' crudele, ma anche comico. Mi ricordo di quando mi fece sorridere raccontandomi di un turista tedesco che si era tuffato da una terrazza lungo la spiaggia di Lignano e non si era accorto che li l'acqua era molto bassa. Era rimasto con la testa conficcata nella sabbia, come nelle barzellette. Era finito all'ospedale, poveretto, ma a noi allora era sembrata una storia tanto buffa. Qualche volta si fermava ad elencarmi dei particolari tecnici che io non potevo capire, perché non sapeva trattenere la sua passione per le riprese, altre volte faceva un catalogo di tutte le "papere" che prendevano i giornalisti".
Dario coinvolge volentieri i suoi familiari nel suo lavoro. Talvolta rientra a casa per un breve spuntino, mentre il resto della troupe lavora nella sede televisiva. Le costose apparecchiature rimaste nella vettura bianca di servizio le porta dentro casa per sicurezza. Poi si mette a guardare dentro il mirino della telecamera, scopre i trucchi del mestiere di operatore. Sul lavoro è sempre curioso, attento. "Ha cominciato -racconta Roberto Natural - a lavorare alla Rai dopo di me nel settore degli assistenti di ripresa, ma se non sapevo come risolvere qualche problema mi rivolgevo sempre a lui. La sua esperienza e la sua attenzione ne facevano un professionista vero".
Dario amava il suo lavoro, ma la voglia di riuscire, la stessa che gli aveva consentito di costruire con le sue sole forze tutta la sua posizione, lo spingono a tentare ancora altre conquiste. Qualche anno fa parte per Mestre e partecipa al concorso interno Rai per ottenere la qualifica di cineoperatore. La competenza tecnica e l'esperienza non gli mancano, ma la prova non riesce a passarla.
"E' tornato a casa - raccontano i familiari - un po' deluso, ma si è tuffato con ancora maggiore energia in un lavoro che amava sopra ogni altra cosa".
Gli impegni, le missioni si susseguono, una dopo l'altra. Nataly può seguire talvolta il suo papà mentre lavora. Lo accompagna allo stadio di Udine, sul piazzale di San Giusto quando arriva il Papa, nella redazione del "Piccolo" in una notte di attesa dei risultati elettorali. Il lavoro è estremamente variato, qualche volta i turni sono pesanti, ma lui non se ne lamenta.
"A San Giusto - racconta Natural -. siamo stati anche 15 ore ad aspettare, e la mattina dopo eravamo già pronti a riprendere. E' bene che si sappia: Dario non era restato nemmeno un giorno di festa a casa. Era qui il 24, il 25, il 26,11 31 dicembre. Ha lavorato anche a Capodanno e all'Epifania". E' il prezzo da pagare da parte di chi ha scelto di fare un lavoro diverso da tanti altri. Da pagare anche con la vita?
La prima uscita in zone a rischio arriva per D'Angelo nell'estate del 1990. La guerra in Slovenia si avvia a una conclusione quasi indolore. Dario accetta di partecipare alla missione anche se preoccupato dei rischi. Era costretto a farlo?
"Nessun dipendente Rai - afferma Sergio Calici, il capo della produzione della sede televisiva di Trieste - è mai stato costretto ad accettare incarichi rischiosi. Nessuno è partito contro la sua volontà, anche se naturalmente rischiare la vita non fa piacere".
"Ha cominciato ad accettare - secondo Nataly - perché faceva parte della sua professione, come una sfida nei confronti di sé stesso, ma anche per soldi, perché negarlo. Guadagnare qualcosa in più gli faceva comodo: c'era il tetto della casa da riparare, io ho preso da poco la patente. Le spese da affrontare sono sempre di più".
Un'impressione in parte corretta dal capo della produzione Rai Calici: "Per chi parte in zona di guerra - afferma - non c'è nessun incentivo economico particolare. Al massimo la possibilità di segnare ore straordinarie". I colleghi confermano.
Dario e altri operatori e giornalisti della Rai entrano in un'avventura di cui nessuno ancora conosce la fine. La sede Rai di Trieste ha l'incarico da Roma di seguire la realtà dell'Est in subbuglio. I viaggi a rischio si susseguono a ritmi sempre più stretti. Dopo la Slovenia arriva la crisi 'albanese, la guerra in Croazia, quella in Bosnia.
Dario parte con determinazione, ma ogni volta torna con un peso più grande sul cuore. All'inizio si chiude in un mutismo che non può essere spiegato solo dal suo carattere aspro. Poi sente il bisogno di aprirsi ai familiari e agli amici e racconta tutte le atrocità cui ha assistito.
"Tornava - ricorda Nataly - diverso da come era partito. Mi ha raccontato tante storie spaventose".
Dopo aver guidato l'auto di servizio verso le zone di guerra copriva la carrozzeria con un grande nastro adesivo nero per segnare il simbolo della televisione. Poi lui e i suoi colleghi si immergevano in un mondo quasi irreale. Tante volte l'hanno sentito dire che ai telespettatori veniva mostrata solo una minima parte di tutto l'intollerabile che effettivamente era ripreso. Uomini che prendono a calci la testa di un cadavere decapitato, corpi appesi sul gancio delle macellerie, donne costrette a subire violenze atroci senza che nessuno possa intervenire per difenderle. Una corsa continua al volante dell'auto di servizio per le stradine secondarie, attraverso villaggi sconosciuti, sfuggendo qualche volta miracolosamente a una pallottola vagante.
"Destreggiarsi in quelle. situazioni - testimonia Roberto Natural - non è facile. Dario ed io ci passavamo le informazioni, prendevamo appunti sulle strade ancora percorribili, sui luoghi più rischiosi, sui posti di blocco dove c'era una ragionevole speranza di passare. Una volta mi sono trovato di fronte a un'auto dei miliziani serbi: sul cofano, come un trofeo, stava piantata la testa di un cadavere".
Nel penultimo viaggio in Bosnia Dario si avvicina con i suoi colleghi alla zona di Mostar. Come in un incubo irreale lungo una stradina di montagna sbucano dei briganti, dei predoni che si mettono all'inseguimento della vettura Rai. Tutti conoscevano le torture subite da alcuni malcapitati caduti nelle mani di banditi che approfittano della guerra per spadroneggiare. D'Angelo tenta di allontanarsi rapidamente, ma è costretto a un sorpasso rischioso. Dietro la curva, nella direzione avversa sbuca un camion. Qualcuno in auto grida:
"Dario, Dario! Non ce la facciamo!". Dario evita un grave incidente per un soffio, ma resta così scosso che una volta tornato a casa non riesce più a prendere sonno serenamente.
"Ogni volta che tornava - racconta la moglie Gianna - era peggio. Mormorava nel sonno e sudava, tremava. Non era più lo stesso. Aveva perso la pace. Viveva come in un incubo".
In dicembre Luchetta e due tecnici Rai non riescono a entrare a Mostar. Quando ormai sono molto vicini alla città assediata non li lasciano passare a un posto di blocco e devono tornare indietro. Al loro ritorno Dario prende bonariamente in giro il giornalista per l'insuccesso.
"All'inizio della guerra - racconta Natural - eravamo più liberi e più rispettati. Ormai tutti sparano su tutti e nessuno vuole che si facciano riprese nel posti dove si compiono i massacri peggiori. E' per questo che li hanno ammazzati, perché la gente non sappia quello che sta succedendo".
Ma dopo l'insuccesso di dicembre si decide di ritentare. Verso la fine dello scorso gennaio la Rai decide di mandare ancora una volta una troupe nelle zone di guerra.
"Papà era fra quelli che dovevano partire - ricorda la figlia - ma non se. la sentiva più. Ha tentato fino all'ultimo di tirarsi indietro, ma ormai era troppo tardi".
"Quando ha capito che sarebbe partito comunque - aggiunge la moglie - si è fatto scuro, silenzioso più che mai. Sembrava che avesse avuto una specie di presentimento. Ha sentito il bisogno di prendere una boccata d'aria, è uscito dieci minuti".
"Vado a salutare Prosecco", dice Dario alla moglie e alla figlia lacerate dall'angoscia la sera prima della partenza. Un'ultima passeggiata nel dedalo di. stradine, fra i muri di pietra e le case semplici del borgo carsico. Un'ultimo bicchiere con gli amici del bar. Poi torna a preparare in silenzio la valigia. Quella stessa valigia nera che adesso hanno riportato indietro e che nessuno a casa ha più il cuore di aprire.
Il silenzio. Dario non ha parlato molto, prima di partire.
"Sento il bisogno - racconta Nataly - di confessare qualcosa. Poche settimane prima della nostra tragedia c'era stato un contrasto fra il mio ragazzo e mio padre. Lo aveva accusato forse troppo duramente di non cercarsi un lavoro, di non darsi abbastanza da fare. Papà ha sempre avuto un carattere esigente, severo, ha sempre lavorato duramente, certe cose non le poteva capire. Era volata qualche parola, niente di più. Ma io avevo smesso di parlargli e per tanti giorni ci siamo ignorati volutamente. Ci assomigliamo troppo per uscire dal nostro orgoglio facilmente. Ma lui aveva confidato a mamma e io al mio ragazzo quanto pesasse questo silenzio".
La mattina di martedì 25 gennaio padre e figlia si riavvicinano un poco. Dario chiede a Nataly di essere accompagnato alla Rai. Lei lo porta in città alle sette, poi, per stare con lui ancora un poco prima della partenza, entra nell'edificio di via Fabio Severo e gli tiene compagnia mentre prepara i materiali e li carica in auto.
"Mi ha abbracciato - ricorda Nataly - e ha mormorato che questa volta proprio non se la sentiva; Sono saliti in macchina e sono partiti. Non so perché,. ma non smettevo mai di guardarli, mentre la vettura si allontanava. Si sono fermati a fare benzina in via Fabio Severo. E' l'ultima volta che l'ho visto".
Dario telefona ancora a casa giovedì mattina presto. "Siamo a Medjugorje, dice alla figlia, abbiamo deciso di tentare ancora di raggiungere Mostar. Qui fa molto freddo", poi aggiunge qualche raccomandazione. "Ci rivediamo sabato", promette D'Angelo. "Papà, porta a casa la crosta" lo saluta scherzosamente Nataly.
L'indomani, alle sei del pomeriggio, due colleghi della Rai suonano alla porta della casetta di Prosecco. I tre cani di Dario si aggirano nervosamente per il cortile. Nataly apre, la realtà le piomba addosso. La ragazza prende a pugni chi è venuto a portare la notizia. Un'estrema ribellione di fronte all'inesorabilità della tragedia.
"Ho lo stesso carattere di mio padre", annuncia Nataly fieramente. E se ne sta lì, senza poter capire, senza accettare e senza piangere.
C'è ancora tanto da fare, quando si ha ventun'anni. Gli studi in giurisprudenza all'università, cui Dario teneva tanto. Tutto il coraggio da raccogliere per trovare una strada nella vita. Tutto il. coraggio, tutta la voglia di riuscire di Dario e ancora molta di più.
Nataly ha un quaderno nuovo. Ogni notte riempie qualche altra pagina cercando di mettere ordine fra le macerie dei pensieri e le ferite dei ricordi. Perché la morte di suo padre non sia dimenticata e la sua vita perduta di uomo comune costituisca un segno concreto contro la bestialità.

Tratto da "L' Ultimo Reportage", supplemento a "Il Piccolo", edito da O.T.E. Organizzazione Tipografica Editoriale S.p.a.

 

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