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Marco, "cavallo pazzo" di Carlo Muscatello

Marco con i figli Carolina e Andrea

"Ci potete riconoscere di primo acchito. Occhio allucinato, capello ritto, barba non fatta: sembra che ci siamo vestiti mentre ci inseguiva un alano...".
Così scriveva Marco Luchetta nel "lontano" 1979, in una delle sue "Spagine", la rubrica che teneva sul settimanale Trieste Sport. Voleva descrivere con la sua ironia un po' stralunata il cronista tipo, ma finiva per tratteggiare nemmeno troppo inconsciamente se stesso.
L'autodescrizione prosegue così: "Camminiamo sfiorando i muri. Non giriamo mai di giorno, non parliamo mai tra noi in pubblico, e per telefono meno che mai: potrebbe essere controllato. Ci incontriamo al tempio dei druidi o in qualche casa compiacente, sempre e comunque incappucciati".
E ancora: "Abbiamo tutto: il pacchetto di sigarette che fotografa, il registratore sotto la cravatta, le nostre macchine sembrano Zastava ma sono Ferrari. La nostra prima regola è di non fidarsi di nessuno e soprattutto di nessuno del nostro ramo. Alcuni di noi sono scomparsi, non si sa dove si trovano. Chi sgarra paga".
Su quel giornale Luchetta comincia a scrivere sin dai primi numeri, nel settembre del '78. Per certi versi si tratta del suo debutto giornalistico vero e proprio. Visto che precedentemente, prima a Radio Sound e poi a Telequattro, le sue incursioni, più che giornalistiche in senso stretto, sono state nel segno del divertimento: programmi che potrebbero essere definiti "di varietà", ma che in realtà sono un'effervescente miscela di battute e calembour, nonsense e "witz" di marca non necessariamente mitteleuropea. Soprattutto "Il Pinguino", nella Telequattro degli esordi, è un programma che probabilmente sarebbe piaciuto a Renzo Arbore, in quel periodo impegnato ne "L'altra domenica".
Ecco, rileggendo oggi questi articoli, si viene colpiti innanzitutto dall'ironia, dalla vena sarcastica. Vittima predestinata soprattutto lo sport, e poi il rapporto fra tifoso e squadra del cuore, i piccoli grandi tic che popolano l'universo sportivo.
Oggi sembra facile, dopo i tanti Chiambretti e le mille Gialappa's, ridere sui protagonisti del dorato mondo del pallone e su coloro che ai loro margini vivono di luce riflessa (buona parte dei cronisti sportivi in testa). Ma allora no, allora c'era stato solo un certo Beppe Viola, mai abbastanza compianto, a inserire il seme dell'ironia e dell'autoironia in un mondo serioso e comunque poco incline a queste coloriture.
Luchetta, forse perché lo sport lo aveva anche praticato, e continuava a praticarlo, queste doti ce le ha nel sangue. E nella penna. Per lui "Il processo del lunedì è la trasmissione che sta inducendo l'opinione pubblica a chiedere che il controllo antidoping venga esteso anche ai giornalisti sportivi" (sempre su Trieste Sport). E fra i giornalisti sportivi "ce n'è qualcuno che parla del calcio dilettanti come se fosse a Hollywood invece che a Coloncovez".
Sentite poi che ritratto dipinge della squadra del cuore, costretta dal destino ingeneroso a navigare nei bassi fondali delle serie minori: "Fare chilometri per vederla, rinunciare a soldi, divertimenti, amici per lei. Amore è appollaiarsi in una notte di bora, semiprofessionisti (!), incontro poi rinviato per impraticabilità del campo. Per te è la più bella".
Conclusione: "Qualche volta, succede, hai avuto qualche piccola crisi. Quando ha perso con la Sampietrese di San Pietro Polesine non ti è sembrata bellissima, per un momento hai pensato di meritare qualcosa di meglio. Ma è passato. "Domenica no i me beca", hai detto quando ha pareggiato in casa con l'Alense, ma la partita dopo eri là, al tuo posto...".
Con la maglia di portiere della squadra di Telequattro, l'emittente privata in cui aveva cominciato la professione.
Con la maglia di portiere della squadra di Telequattro, l'emittente privata in cui aveva cominciato la professione.
Marco e Dea in vacanza assieme a Giovanni Marzini con la moglie Oretta.
Marco e Dea in vacanza
Nel mondo delle "Spagine" ci sono anche i cosiddetti "flagelli dello sport", come i genitori "che seguono costantemente l'attività del figlio, nella convinzione che "sa, non perché è mio figlio, ma ha veramente del talento; non potreste dedicargli maggior attenzione?"". Tali personaggi "si combattono con un discorso chiaro, ripetuto se necessario più volte: "suo fio xè cisto"...".
O i tifosi costretti dalla moglie a disertare per una volta lo stadio: "La notte fra mercoledì e giovedì Uccio non riesce a prender sonno. La mattina, sul posto di lavoro, i colleghi parlano già della prossima avversaria... La notte tra giovedì e venerdì è un martirio. Domenica mattina esce di casa "per andare a comprare le sigarette". Alle tre lo potete riconoscere: aggrappato alla rete, le vene del collo gonfie, urla come un ciclope. Alle cinque, uscendo, proclama: "Cossa te gavevo dito, no merita vignir in stadio"...".
Bisognerebbe rileggerle tutte, queste "Spagine", per capire davvero Marco Luchetta e il suo approccio nei confronti delle cose della vita.
Per adesso andiamo a vedere come era arrivato, per vie quanto mai traverse, al giornalismo. Quel giornalismo che, dalla cronaca e dalla satira sportiva degli inizi, lo ha portato in un giorno d'inverno davanti all'ospedale di Mostar Est, nella martoriata Bosnia.
Chissà, forse la "passione" per quella guerra, per quei bambini, nasceva in Marco anche dalla consapevolezza delle proprie origini. In particolare dal ricordo del nonno paterno: il capitano Simeone Luchetta, originario di Sabbioncello (ribattezzata poi Peliesac, nome per la verità assai meno fascinoso, per una minuscola lingua di terra protesa verso il mare), località non troppo distante da quella Dubrovnik che molti a Trieste continuano a chiamare Ragusa.
E' quello che hanno pensato, con il senno e l'amarezza di poi, alcuni suoi vecchi amici. Ricordando anche una vacanza estiva di qualche anno fa, in Dalmazia, quasi "alla ricerca delle proprie radici". Poi, l'esplodere della guerra che aumenta l'interesse, la curiosità per quelle terre. I primi servizi, nell'estate '91, a ridosso del confine con quella che in quei mesi sta lottando per diventare la Slovenia indipendente.
La "Redazione" del giornalino di casa Luchetta:Carolina intervista Marco mentre Andrea è alla macchina per scrivere.
La "Redazione" del giornalino di casa Luchetta:Carolina intervista Marco mentre Andrea è alla macchina per scrivere.
E poi, via via, più giù. In Croazia, in Bosnia. nel cuore di un conflitto sempre più inestricabile.
In quell'inferno c'è stato in tutto sette-otto volte. La penultima proprio un mese prima del viaggio poi risultato fatale. Tanto che il suo quarantunesimo compleanno (era- nato a Trieste il 22 dicembre 1952) Marco lo passa proprio a pochi chilometri da Mostar, da dove torna a casa la sera di Natale, con la delusione di non essere riuscito a portare a termine il servizio, perché alla troupe non è stato concesso di proseguire per motivi di sicurezza.
Ogni volta che torna a casa dall'ex Jugoslavia, discute animatamente con i familiari e gli amici. E a chi gli chiede semplicemente "perché?", perché questi viaggi, perché questi rischi, perché questa sua ostinazione, risponde: "Vado perché non si può far passare tutto sotto silenzio. Bisogna testimoniare, far sapere. Pensate soltanto a quei bambini...".
Ecco, i bambini sono un po' il suo chiodo fisso. Secondo la moglie, Marco aveva con i più piccoli un rapporto speciale, proprio perché, forse, in fondo all'anima, era rimasto un po' bambino. Ed era questo che gli permetteva di stabilire con i suoi figli, ma non soltanto con loro, una complicità che gli altri adulti non sanno instaurare.
L'infanzia, Marco la trascorre a Trieste. Triestini i suoi genitori, il padre Nicolò e la madre Luciana, rispettivamente ingegnere navale e insegnante. La professione del padre porta la famiglia (dopo il primogenito arriva anche la sorella minore, Anna) prima a La Spezia e poi a Mestre. E' qui che passano gli anni dell'adolescenza, quelli della prima formazione. E' qui che frequenta la scuola media inferiore e i primi anni del liceo classico.
Qualcuno a Mestre lo ricorda ancor oggi. Un vero "cavallo pazzo", dicono: divertente, burlone, pieno di vita, imprevedibile. Un suo "passatempo"? Liberare dei pesciolini rossi nelle acquasantiere (almeno così ricorda qualcuno...). In politica si professa anarchico. A pallone gioca in porta, nelle giovanili della Mestrina. E ha un vezzo: fra un tempo e l'altro si distende per terra, al centro del campo, e quasi invoca la prova di un'esistenza sovrannaturale: "Dio, se esisti, manda un fulmine e uccidimi".
A Trieste la famiglia Luchetta ritorna all'alba degli anni Settanta, e va a vivere a Opicina, a due passi dal confine. Marco, che a Mestre non ha brillato a scuola, approda al liceo classico Dante. Il "liceo bene" per antonomasia, accanto a piazza Oberdan, ma anche a due passi dalla sede regionale della Rai dove arriverà tanti anni dopo.
I compagni di scuola ne ricordano il piglio guascone, la parlata coinvolgente, il sorriso accattivante. E. sulla fronte c'era già quella lunga frangia di capelli castani che non avrebbe più abbandonato. Nemmeno quando, molto tempo dopo, le ragioni di "etichetta televisiva" lo avrebbero fatto convertire, seppur malvolentieri, alla giacca e cravatta che allora, ovviamente, non portava.
Quando capita per la prima volta nell'aula magna di quel liceo, durante un'assemblea, i suoi nuovi compagni non ci mettono molto a capire che quello è un ragazzo. un po' speciale. Che si fa subito molti amici e diventa anche uno dei leader del "Collettivo di base", il raggruppamento degli studenti di sinistra in quel liceo tradizionalmente di destra.
Anche nelle scuole triestine, estrema periferia della contestazione e di tutto il resto, sono anni abbastanza caldi. Al Dante meno. Tutto sembra arrivare in maniera riflessa, indiretta, quasi annacquata. E a lui, che la prima volta si presenta come "un compagno anarchico di Mestre", e che arriva da una zona ben più calda, quelle assemblee sembrano forse fin troppo tranquille.
Ma la politica è, ovviamente, soltanto una parte della sua giovinezza. Gioca ancora a calcio, ma adesso alterna sempre più spesso il ruolo di portiere a quello di mediano-centrocampista. E poi c'è anche la pallavolo. Prima soltanto i tornei studenteschi del liceo. Ma poi, con la Libertas, anche qualche campionato in serie B.
La politica, lo sport, gli amici, le ragazze, la vita all'aria aperta. Sempre con quel pizzicò di originalità che lo distingue dagli altri, qualsiasi cosa faccia. A vent'anni, in una delle tante gite in montagna, per scalare un ghiacciaio si presenta in maglietta e scarpe da pallavolo. E lascia a bocca aperta un gruppo di turisti tedeschi, bardatissimi contro il freddo e le intemperie.
Nel '73, arriva il diploma di maturità classica, che come nelle migliori tradizioni è "sospirato". L'iscrizione alla facoltà di giurisprudenza serve più che altro a far contenti i genitori. Per Marco sono soprattutto anni di grandi divertimenti. Fra i giovani triestini schierati in una maniera o nell'altra a sinistra, lui spicca innanzitutto per l'assoluta mancanza di seriosità, per la capacità di coltivare amicizie in tutti gli ambienti, per la gran voglia di vivere.
Una sorta di goliardia in senso nobile, dirà qualcuno molti anni dopo.
Fra un esame e l'altro (il suo libretto universitario rimane per molti un piccolo grande mistero, attorno al quale fioriscono leggende metropolitane...), verso il '76-'77 fa parte dello staff di Radio Sound, la prima radio privata triestina, dove si occupa soprattutto di sport e "di varia umanità".
Da una costola di quell'emittente, nel '77 nasce Telequattro, che in breve si afferma come "la" tivù triestina, in un panorama allora popolato solo dai primi due canali della Rai e da Tele Capodistria.
E' qui che Marco trova un suo spazio, forse una sua dimensione. Di sicuro diventa per la prima volta protagonista. "Il Pinguino" è il programma del sabato sera: una girandola di sketches e battute, di personaggi buffi e "witz", con qualche esperimento di candid camera.
ll suo volto diventa popolare in città. Grazie anche alle insospettate doti di caratterista, che danno vita a mille scenette esilaranti. Molti ricordano ancora personaggi come "il signor Rossi", basagliano (nel senso di degente dell'ospedale psichiatrico) con impermeabile e cappello calato sugli occhi.
La stessa verve, la stessa ironia le dimostra negli stessi anni scrivendo su Trieste Sport, che come si diceva all'inizio può essere considerato il suo debutto giornalistico. In mezzo, prima e dopo questo periodo, tanti lavoretti più o meno precari: dimafonista al Piccolo, venditore di case per un'agenzia immobiliare, persino rappresentante di generi alimentari.
E una sorta di "buco nero" rappresentato da una settimana all'ospedale militare di Taranto, ad aspettare di sapere se avrebbe dovuto fare o no il servizio militare. Torna a casa scioccato dall'esperienza, ma col congedo in tasca.
Gli anni Ottanta sono quelli della svolta, della trasformazione, sé vogliamo della maturazione. Conosce e sposa Daniela, detta Dea, sorella minore della moglie dell'amico e collega (a Radio Sound, a Telequattro, alla Rai) Giovanni Marzini. Nell'84 nasce Carolina, poco dopo arriva Andrea. E avviene il miracolo: al posto del "cavallo pazzo", al posto dello "scapestrato nottambulo" ora c'è un perfetto padre di famiglia, che non rinuncia a qualche serata con gli amici (per lo più a giocare a pallone, un paio di volte alla settimana), ma per il resto fila assolutamente dritto.
Nel frattempo Marco è ancora, dopo una breve parentesi, uno dei volti di Telequattro: ma ora non si occupa più di frizzi e lazzi, bensì di "Fatti e commenti", il telegiornale dell'emittente. Gli vengono riconosciuti dall'ordine dei giornalisti diciotto mesi del praticantato. E nell'89 supera l'esame e diventa professionista.
Quella sera, tornando con la moglie e i figli nella casa dei genitori, a Opicina, resta di sasso quando aprendo una porta viene festosamente sommerso dal gruppo dei vecchi amici: "party a sorpresa" in piena regola, quasi all'americana, con "consegna ufficiale" di una tessera da giornalista fatta stampare per l'occasione, assieme a una raccolta:delle sue "Spagine" di cui si diceva all'inizio. Al neo professionista viene donata anche una videocassetta con il meglio della sua "carriera" televisiva.
Ma non si vive di sola gloria, nè di divertimento. Telequattro e le varie collaborazioni (come corrispondente della Gazzetta dello Sport, come intervistatore per il megaschermo "Cosmo" allo stadio Friuli di Udine….) non valgono un posto alla Rai. Che arriva di lì a pochi mesi, con l'assunzione nella sede regionale del Friuli-Venezia Giulia; a toglierlo da un precariato professionale, ma tutto sommato anche economico, che col tempo comincia a pesare. La Rai sembra -ed è - la sistemazione. Perché nessuno può allora realisticamente prevedere dove quel nuovo lavoro lo. porterà in un giorno di gennaio del '94.
Alla Rai ritrova alcuni dei colleghi che aveva a Telequattro, e prima ancora a Radio Sound. Si occupa di cronaca e di sport. E la giacca e la cravatta sono sempre pronte lì, nell'armadio, quando c'è da condurre il notiziario o bisogna intervistare qualche pezzo grosso.
Soltanto una cosa lo terrorizza: la figura del cronista locale, di provincia, sempre attento ai piccoli fatti, al particolare, all'inaugurazione della fiera o alla vecchietta che è caduta dalle scale. Con il rischio, a lungo andare, di perdersi in questo mare di banalità. "Non ce la faccio - dice qualche volta - io divento matto...".
Per l'informazione, scritta o radiotelevisiva, sono anni di grande trasformazione. Si fa strada il "giornalismo gridato". Nasce la "tivù del dolore".. La tendenza è sempre quella di calcare i toni. Con un titolo a nove colonne anche per fatti che meriterebbero minor attenzione, o con interviste costruite sul nulla. Tutte cose che Luchetta non ama.
Ecco allora "l'occasione" di quella guerra scoppiata a due passi da casa, ecco gli incarichi di inviato e i servizi per i tg nazionali: una possibilità di uscire dalla routine, ma soprattutto di fare quello che lui considera il "vero" giornalismo.
Interrompe la collaborazione con la "Gazzetta", che aveva mantenuto per diversi anni. E alla vigilia del campionato '93-'94 non accetta di seguire le partite dell'Udinese per le rubriche sportive delle reti nazionali Rai. "Non posso fare i servizi dalle zone di guerra - spiega a Marzini - e poi presentarmi a fare domande sciocche al calciatore di turno...". Un fatto di incompatibilità, dice lui.
"Se qualcuno mi avesse detto sei mesi fa che un mio amico sarebbe morto sotto una bomba, in una zona di guerra, mi sarei messo a ridere", confessa amaramente un amico del gruppo di vecchi compagni del Dante, di quelli che non si sono mai persi di vista in tutti gli anni passati dopo la scuola. Quelli della "Casbah", come loro stessi amano definirsi:
Beppe, Gianni, Serena, Fabrizio, Giovanni, Olivia, Teresa, Lorenza... Che di lui ricordano soprattutto il grande senso dell'amicizia, la sincerità, la disponibilità.
Quelli della "Casbah" si incontrano sempre, tutte le volte che possono, con i figli e le rispettive famiglie. Feste e compleanni, vacanze al mare o in montagna.
L'ultimo Natale no, non è stato possibile. Ognuno per conto suo. E a cavallo di Capodanno, Marco carica moglie e figli in macchina e li porta in montagna. Quasi all'avventura, senza prenotare. I bambini si divertono. Lui è tranquillo. Sono gli ultimi giorni di serenità assieme. Con Dea, Carolina e Andrea.

Tratto da "L' Ultimo Reportage", supplemento a "Il Piccolo", edito da O.T.E. Organizzazione Tipografica Editoriale S.p.a.

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